LA GIOIA DI VIVERE
Alle Lust will aller Dinge Ewigkeit,Will Honig, will Hefe, will Trunkene Mitternacht,Will Gräben, will Gräben-Träben-Trost, will vergüldetes Abendrot –- was will nicht Lust! Sie ist durstiger,herzlicher, hungriger, schrecklichen, heimlicher als alles Weh,sie will sich, sie beißt in sich,des ringes Wille ringt in ihr.
(Ogni piacere vuole l’eternità di tutte le cose,
vuole miele, vuole lievito, vuole ebbra mezzanotte,
vuole sepolcri, vuole conforto di lacrime sui sepolcri, vuole tramonti dorati –
- che cosa non vuole il piacere! Esso è più assetato,
più amoroso, più affamato, più terribile, più segreto di tutto il male,
esso vuole se stesso, morde se stesso,
in esso lotta la volontà dell’anello -)
Friedrich Nietzsche, Also sprach Zarathustra
Kurwenal! He!Sag, Kurwenal!Hör doch, Freund!Wacht er noch nicht?
(Kurwenal! Hei!
Dì, Kurwenal!
Amico!
Non si è ancora svegliato?)
Richard Wagner, Tristan und Isölde
La luce filosofica attorno alla mia finestra è ora la mia gioia;che io possa sempre ricordare come sono giunto fin qui.
Friedrich Hölderlin, lettera a Boehlendorf
Lo zufolo del pastore è rivolto alle capre, anzi no. Il musicista pastore suona in un altro luogo senza fondo, è lui il fondo, ed egli soffia nel proprio zufolo al centro della finestra. Egli è il fondo poiché è giunto alla finestra; essa è non dipinta; dalla finestra non dipinta, invece di guardare, suona. La sua musica è volontà di ricordo e volontà di ritorno, dalla luce bianca della sua finestra iniza la scena filosofica. Le capre sono quasi lì, incominciano, non danzano alle note del pastore, brucano l’erba arancione appena sentendo, forse non sentendo, appena essendo lì.
Dalla bianca finestra senza fondo il musicista inaugura la scena: c’è la tenue comparsa degli animali e la rotazione dell’albero vicino che dà inizio allo spettacolo. La rotazione si compie da destra a sinistra, in senso anti orario: il tema della scena è il tempo, l’unico tempo. L’orologio non avanza.
Il pastore si rivolge amichevole: “Hör doch, Freund!”. L’amicizia fa apparire i tenui animali e, infatti, il corno inglese bela. “Wacht er noch nicht?”: chi si può svegliare con lo zufolo dell’amicizia? Kurwenal, l’amico, non è una capra: d’ora in poi basta animali! Solo donne, solo uomini, e alberi roteanti e cielo e sabbia ed erba gialla: che io possa sempre ricordare come sono giunto fin qui.
Sedici corpi nudi sotto una grotta d’alberi da cui si intravede un orizzonte: esso non apre però su alcunchè; l’orizzonte è vuoto; tutta la scena è dentro, è entro questo orizzonte. La natura è potente e trasfigurata: nulla è come appare. Gli alberi sono blu, rosa, arancioni, il cielo è rosa, l’erba è gialla. Solo i corpi hanno il colore dei corpi, compreso quelli azzurri, che avvertono il calore diverso dell’ombra: c’è un diverso statuto che regola uomini e natura. La natura delinea il campo entro cui i sedici corpi hanno la loro collocazione. La posizione dei corpi procede da destra verso sinistra e dalla periferia verso il centro.
Lo zufolo dà inizio alla danza: prima essa è natura, che chiude in alto la scena in una fantasmagoria di colori, poi le prime apparizioni.
C’è una donna, in piedi, le braccia sollevate e poi ripiegate dietro il capo; questo è leggermente reclinato verso l’esterno; sul petto le scorre una ghirlanda. E’ sola con se stessa, e assapora il piacere della propria solitudine con il corpo intero teso come un arco: è in uno di quei momenti che vorresti non passassero, sta dicendo sì alla vita. Accanto, una figura accovacciata di cui non si vede il volto sta raccogliendo un fiore. Il volto è coperto dal braccio allungato ma sta guardando il fiore nell’attimo in cui esso sta per essere colto: il volto è concentrato sull’azione. Forse il fiore è per la donna che gli sta alle spalle, sola con se stessa; forse la donna sta aspettando il fiore e assapora la propria solitudine come chi è in due nella solitudine. La figura accovacciata è in procinto di porgerle il fiore: è in uno di quei momenti che vorresti non passassero, sta dicendo sì alla vita.
Un poco più indietro, due figure femminili appena abbozzate si abbracciano in una miscela di tenerezza ed erotismo: una, forse ebbra di vino e di primavera, cinge il collo dell’altra sinuosa e, con un braccio, indica il centro della scena: indica e invita. L’altra accoglie invito e indicazione e muove un passo verso il centro: sono in uno di quei momenti che vorresti non passassero, stanno dicendo sì alla vita. In basso al centro una figura femminile sdraiata, con il gomito appoggiato sull’erba e il busto mezzo sollevato suona un flauto doppio; i capelli rossi sono sciolti sulle spalle. Mentre il pastore nella finestra, fuori dalla scena, dava inizio alla scena, la flautista ne fa interamente parte. Ella suona verso l’esterno, il suono dei suoi flauti esce dalla tela. Il flauto è doppio ed è rivolto a noi; ella li suona con un unico soffio: la dualità dei suoi flauti è risolta nell’unico soffio che li fa suonare. E’, con il pastore, l’unica figura in perfetta solitudine e l’unica figura musicante. Come il pastore, con l’unico zufolo, faceva apparire le due tenui capre, così essa, con l’unico soffio, annuncia con mestizia, il capo reclinato, la risoluzione del bene e del male. E’ in uno di quei momenti che vorresti non passassero, sta dicendo sì alla vita.
In primo piano in basso a destra due figure si abbracciano e si baciano nel piacere della passione. Il volto di lei è coperto dalla testa di lui, il suo corpo, le gambe aperte, è seducente e disponibile; quello di lui è completamente rivolto a lei. All’unico suono del doppio flauto la coppia si concentra nell’unico abbraccio, nell’unico bacio. Sono in uno di quei momenti che vorresti non passassero, stanno dicendo sì alla vita.
Nella spirale che muove da destra a sinistra e dall’esterno verso l’interno, troviamo ora due figure di donna, morbide e semi sdraiate: le loro teste sono vicine e i loro corpi si allontanano in un’unica linea. Una, un braccio sollevato e poi reclinato dietro il capo, i capelli neri sciolti sulle spalle e fra i seni, il corpo flessuoso, gli occhi chiusi che assaporano tutto il piacere di quel momento, è rivolta verso di noi; l’altra, il gomito a terra con la mano a sorreggere il capo, i capelli rossi sciolti sulla schiena, guarda nella direzione opposta, il centro della scena e la sua fine. Sono in uno di quei momenti che vorresti non passassero, stanno dicendo sì alla vita.
Le due donne collegano l’esterno con il centro; vicino e lontano, loro, vicine e in due nella solitudine. La donna sdraiata dai capelli rossi è l’unica a guardare verso il centro della scena; è dunque l’ultimo anello della catena che apre verso quel luogo: che cosa vede?
Nel lontano centro, sei figure si prendono per mano in uno sfrenato girotondo: è la danza che chiude la scena. Comprendiamo ora il compimento e la destinazione della musica del pastore giunto alla finestra. Il pastore è nella luce filosofica che splende attorno alla propria finestra. Nel momento dell’invocazione egli ricorda come è giunto fin lì, e questo ricordo è suono e melodia. Questa produce l’intera scena: natura e donne e uomini; una donna ci fa dono della sua musica e ci insegna il due nell’uno; l’ultima donna guarda gli amici danzare: la musica che non danza è sorda, è muta. I tenui animali non danzano, non sanno ancora danzare, danzano gli amici: “Hör doch, Freund – Wacht er noch nicht?”. Nella danza senza più catene degli amici si compie il destino annunciato da Dioniso musico e pastore e si testimonia il risveglio.
Guardo per ore, in silenzio, La gioia di vivere, ad occhi socchiusi, poi spalancati, seduto, in piedi, sdraiato; fermo e in movimento, pensando e non pensando.
C’è una cosa che prima delle altre mi si impone: è che quei sedici corpi non desiderano altro che essere lì dove sono; non in un altro tempo, non in un altro luogo. Perfetta fissità, immobilità, eternità tanto più stupefacente se coniugata a un movimento così roteante, a spirale, di uomini e natura, di forme essenziali e colori vivi. Resto felicemente stritolato da questa compenetrazione del divenire con l’essere, del mobile e dell’immobile, del tempo e dell’eterno; e in tale morsa cerco di permanere così da capire sempre meglio, così da poter esprimere… e che fatica esprimere quando tutto procede in senso contrario e infinite sono le ramificazioni della grande paura, della grande menzogna… che io possa sempre ricordare come sono giunto fin qui.
Il tempo della gioia è il presente, un presente senza futuro, un presente che continua identico solo a se stesso. La minaccia del futuro è cessata, i danzatori non hanno più paura. L’incessante divenire del mondo li attraversa senza mutarne l’essenza ma, anzi, definendola con colori sempre più potenti ed espressivi. Non c’è accadimento che possa mutarla, e questo permette un movimento senza precedenti, per la prima volta libero. Un movimento roteante che non ha più paura di quale sarà il proprio destino e il proprio compimento. La mobilità della danza, come movimento senza scopo del corpo, accende l’intera scena e, portandoci dentro di essa, ci invita alla danza stessa e al percorso che l’ha resa possibile.
Quella libertà è il frutto del permanere del ricordo di come si sia giunti fin lì: tale consapevolezza libera dunque dalle catene e scioglie i nodi con cui qualcuno aveva ingannato i danzatori impedendo loro di danzare senza meta, assogettandoli alla minaccia del futuro e del futuro raggiungimento. Matisse ha dipinto che non vi è nulla da raggiungere e che il futuro non esiste.
Ma, se ci furono catene, chi le mise? E da quali nodi il musico pastore libera gli amici così che essi possano danzare gioiosi?
La gioia di vivere, la tela dipinta da Matisse nel 1905, segna l’inizio dell’arte moderna. Interrogarsi sul senso di quella tela significa dunque poter dire qualcosa attorno al concetto di modernità, indipendentemente da quello che il grande pittore francese ebbe intenzione di fare quando decise di dipingere quel quadro.
Il termine “modernité” viene introdotto nelle lingue moderne da Charles Baudelaire, nel quarto capitolo di un saggio dal titolo “Le peintre de la vie modèrne”, pubblicato su Le Figaro a partire dal dicembre 1863. Il capitolo comincia con queste parole:
“Così egli va, corre, cerca. Ma cosa cerca? Sicuramente quest’uomo, così come l’ho ritratto, questo solitario dotato di un’immaginazione attiva sempre in viaggio attraverso il gran deserto d’uomini, persegue un fine più alto rispetto a quello di un semplice flâneur, un fine più generale, diverso dal piacere fugace della circostanza. Cerca qualcosa che ci consentirete di chiamare modernità, poiché non disponiamo di un termine migliore per esprimere l’idea in questione. Si tratta, per lui, di tirar fuori dalla moda quanto essa può contenere di poetico nello storico, di trarre l’eterno dal transitorio”.
Il testo fu ispirato da un oscuro pittore che Baudelaire aveva conosciuto nel 1859, Constantin Guys de Sainte-Hélène, ma andò ben oltre tale riferimento. Il titolo del saggio, Il pittore della vita moderna, si riferisce chiaramente a una figura ideale e, nel capitolo sulla modernità, Baudelaire ne definisce l’essenza. Chi è il pittore della vita moderna? E’ colui che cerca la modernità. Cos’è la modernità? E’ qualcosa che ha a che fare con la moda (dal latino “modo”, “ora”, “recentemente”): si tratta di trarre dalla moda quanto essa può contenere di poetico nello storico, di trarre l’eterno dal transitorio. Questo è detto essere un fine più generale, diverso dal piacere fugace della circostanza.
Baudelaire enuncia qui una riflessione sul tempo, così come Matisse dipingerà, oltre quarant’anni più tardi, una tela che ha come tema il tempo. Se Matisse dipinge un quadro, La gioia di vivere, che dà inizio all’arte moderna e ha come tema il tempo, e Baudelaire scrive di un pittore della vita moderna definendone l’essenza attraverso una riflessione sul tempo, è lecito interrogare insieme la tela e il testo, per scoprire cosa essi, congiuntamente, ci dicono.
Il tempo indicato dall’avverbio “modo” è il presente. La moda delinea infatti le coordinate del presente: ciò che è alla moda è ciò che vale ora; essere fuori moda significa essere fuori tempo. La moda dunque, la quale si svolge e muta nel tempo, contiene in sé un carattere di eternità che può essere attinto: tale carattere è l’eterno presente.
Baudelaire sta quindi riflettendo attorno al medesimo tema di cui si occupa Matisse nella Gioia di vivere, ma sta anche dicendo che questo tema è strutturalmente e intimamente connesso con la modernità. E cosa sia la modernità è ancora tutto da definire, visto che proprio Baudelaire usa questo termine per la prima volta ed egli ci mette semplicemente sulla strada indicandoci questo tema del tempo presente.
Che sia la modernità qualcosa di ancora sconosciuto ci è testimoniato dalla dolce, ripetuta e assordante affermazione di Mattia Moreni: “La modernità che non ha ancora avuto luogo…”, asse portante, insieme al “Niente è veramente”, e con quest’ultimo connesso in modo decisivo, della sua eccezionale produzione pittorica.
Baudelaire, quando stabilisce la relazione fra “storico” e “poetico”, pensa probabilmente ad Aristotele, al nono capitolo della Poetica.
“Da quanto si è detto anche risulta evidente che l’opera del poeta non consiste nel riferire gli eventi reali, bensì fatti che possono avvenire e fatti che sono possibili, nell’ambito del verosimile o del necessario. Lo storico e il poeta non sono differenti perché si esprimono in versi oppure in prosa; gli scritti di Erodoto si possono volgere in versi, e resta sempre un’opera di storia con la struttura metrica come senza metri. Ma la differenza è questa, che lo storico espone gli eventi reali, e il poeta quali fatti possono avvenire.
Perciò la poesia è atttività teoretica (φιλοσοφώτερον) e più elevata della storia: la poesia espone piuttosto una visione del generale, la storia del particolare”.
La poesia è più filosofica della storia per la maggiore ampiezza della visione, la maggiore generalità. Il pittore della vita moderna persegue appunto “un fine più generale” e cerca di trarre questo generale dal particolare, la poesia dalla storia, l’eterno dal transitorio: in questo sforzo del pensiero creativo per elevare la visione, egli è dunque a pieno titolo “filosofo” e la scena da lui dipinta sarà la scena filosofica, come quella dipinta da Matisse nel 1905.
Nella Joie de vivre le figure si stagliano primitive e potenti contro un fondale ricco di pathos e passione.
Nell’ Albatro, Baudelaire canta la solitudine del poeta deriso e inadeguato ma non privo di ali. Semplicemente con ali troppo grandi per poter volare.
forse un quadro o una poesia son tentativi di resistenza. O di eternità. Che rapporto c’è tra modernità ed eternità? E’ una antitesi quest’ultima alla prima? La modernità è il modus dell’effimero?
Lo scritto sulla gioia di vivere si chiude con un riferimento al tema dell’amicizia, a cui sarà dedicato il seminario di marzo.
Riporto qui un breve passo tratto dall’Etica Nicomachea di Aristotele (1170a28-1171b35), dedicato a quel tema.
“Colui che vede sente di vedere, colui che ascolta sente di ascoltare, colui che cammina sente di camminare e così per tutte le altre attività vi è qualcosa che che sente che stiamo esercitandole, in modo che se sentiamo, ci sentiamo sentire, e se pensiamo, ci sentiamo pensare, e questo è la stessa cosa che sentirsi esistere: esistere significa infatti sentire e pensare.
Sentire che viviamo è di per sé dolce, poiché la vita è per natura un bene ed è dolce sentire che un tale bene ci appartiene.
Vivere è desiderabile, soprattutto per i buoni, poiché per essi esistere è un bene e una cosa dolce.
Con-sentendo provano dolcezza per il bene in sé, e ciò che l’uomo buono prova rispetto a sé, lo prova anche rispetto all’amico: l’amico è, infatti, un altro se stesso. E come, per ciascuno, il fatto stesso di esistere è desiderabile, così – o quasi – è per l’amico.
L’esistenza è desiderabile perché si sente che essa è una cosa buona e quest sensazione è in sé dolce. Anche per l’amico si dovrà allora con-sentire che egli esiste e questo avviene nel convivere e nell’avere in comune azioni e pensieri. In questo senso si dice che gli uomini convivono e non come per il bestiame, che condividono il pascolo. (…) L’amicizia è, inftti, na comunità e, come avviene rispetto a se stessi, così anche per l’amico: e come, rispetto a se stessi, la sensazione di esistere è desiderabile, così sarà anche per l’amico”.
o philoi, oudeis philos.
Catene: chi le mise? Se ci sono catene, non c’è joie de vivre. E per chi è in catene, non c’è pastore, flauto, musica alcuna, capace di spezzarle. Oppure sì: il prigioniero sente la musica, e la forza vitale è tanto potente da indurlo a spezzare da solo le catene, a sciogliere da solo i nodi imprigionanti. E allora cammina, corre, salta gli ostacoli e giunge lì, in quella terra senza tempo, e vive quell’attimo che si vorrebbe non finisse mai, e dice sì alla vita. Sì alla vita, sì, finalmente. Ma esiste forse una terra di nessuno? No, non esiste, e allora i carcerieri arrivano, spezzano l’attimo eterno, irrompono nel tempo senza tempo e riconducono in catene il prigioniero, allontanando le persone che con lui stanno vivendo lo stesso attimo. Spezzano l’immagine, il quadro, basta una sola parola per ridurlo in mille pezzi, resterà solo nel ricordo di chi in catene è destinato a stare. Eppure ci fu un flauto, un richiamo alla vita, che le catene un tempo le spezzò. Forse può dunque esserci una musica più forte, tanto forte e tanto dolce da spezzare per sempre nodi e catene, da ricomporre i pezzi del quadro rotto e dar vita di nuovo alla scena, alla joie de vivre. E alla speranza di libertà. Ma poi chissà se, la libertà, esiste davvero, se non nell’immaginario di chi vorrebbe viverla.
“Libertà è uno stato d’animo” ha scritto qualcuno su un muro anni fa. Eppure te la devi conquistare giorno per giorno, a morsi, devi difendere la tua possibilità di esprimerti, di essere, di non essere. Anche non appartenere è una scelta di libertà. Ma il voler essere liberi è una condanna che sconti ogni giorno.
Quello che mi piace, è aver riscoperto la potenza della filosofia, la sua capacità di analizzare e sintetizzare un problema secondo molteplici e distaccati punti di vista. Mi piace questo approccio così astratto e nello stesso tempo pragmatico, diverso, forse complementare a quello viscerale e istintivo della letteratura, della musica, dell’arte in generale. E’ una pacata inquietudine. O, per dirla alla Paolo Conte, una calma tigrata…
mi regerg